Buddhism in Daily Life | Thubten Chodron http://thubtenchodron.org The Thubten Chodron Teaching Archive Sun, 25 Jun 2017 17:49:51 +0000 en-US hourly 1 Dharma in daily life: Questions and answers with Buddhist youths http://thubtenchodron.org/2016/12/advice-for-young-people/ Sun, 25 Dec 2016 17:31:52 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=77359

  • How to cultivate and maintain a Dharma motivation in work and school
  • What young people should consider when looking for a life partner
  • How can one be happy when alone and not around friends
  • How to deal with what others think about you and say about you
  • How to have a healthy sense of self-worth
  • How to interact with those you have difficulty with at work

Questions and answers with Buddhist youths (download)

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Transforming adversity into joy and courage http://thubtenchodron.org/2016/10/changing-ourselves/ Mon, 31 Oct 2016 18:50:26 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=75117

Question: How can we transform adversity into joy and courage, so that we don’t get overwhelmed by situations and become unhappy?

Venerable Thubten Chodron: We frequently encounter adversity in cyclic existence. When our mind is filled with afflictions, adversities come quite easily. When the mind isn’t filled with afflictions, we can be peaceful and open even when we face difficult situations. How we interpret the situation influences how we will experience it. That’s why it is so important to transform our mind.

Young woman with palms together.

The only person we can possibly change is ourselves. (Photo by Nrico)

But when we have problems, do we think of transforming our mind? Usually, we think that the situation is unfair, that others are wrong for treating us badly, and that they should change. When we blame others, we are essentially giving our power to them because we’re thinking, “My problem and my unhappiness is the fault of that person. They have to change and then I’ll be happy.” Looking at the situation this way is a dead-end because we can’t make them change. The only person we can possibly change is ourselves. Instead of either feeling sorry for ourselves or stewing in our anger, we need to change how we are viewing the situation.

For instance, my teacher Lama Yeshe told us how much he learned by being forced to flee Tibet and become a refugee. Had he remained in Tibet, he said, he would never have deeply understood the Dharma even though he had been studying it for years at Sera Monastery in Lhasa. Only when he became a refugee did he start putting the teachings into practice, and this caused his whole life to change. He began to see the internal power he had to deal with the situation. By seeing that his having to leave everything behind and go to a new country where he didn’t know anyone was a result of his karma—the actions he had done previously—he didn’t get angry at the Communist Chinese who occupied Tibet. He had more energy to do purification practices and his renunciation of cyclic existence grew. As he saw the suffering of the Tibetan refugees around him as well as the suffering of the soldiers occupying Tibet, his compassion for all sentient beings expanded.

That transformation would not have happened had he not become a refugee. I remember Lama putting his palms together and saying how much he appreciated the people who caused his difficulties. This made a strong impression on me because he was not angry at all and genuinely appreciated the people whose actions brought him problems.

So when you think of someone who makes your life difficult, put the Dharma you have learned into practice and transform your mental state. When you do, you’ll grow in the Dharma and will have increased confidence and courage to face difficulties. Your mind will be joyful. You may even be able to say “thank you” to him for giving you the opportunity to change and grow. If we want to attain Dharma realizations, we need to practice patience and master fortitude. Developing such qualities requires people who challenge us. So we have to appreciate and thank them.

There are several ways we can look at an adverse situation in order to transform it into joy and courage. If we firmly believe and understand karma—that our actions produce the corresponding results we experience—we will know that if we criticize others, inevitably others will criticize us. We created the cause for it with our anger, our judgmental, critical mind, and our tendency to blame others. Once we acknowledge that we create our own misery and whatever we experience is due to our having done something similar to someone in this or previous lives, it becomes easy to begin practicing the Dharma and transforming adversity into the path.

By harming others in the past, we indirectly harm ourselves. This doesn’t mean we deserve to suffer; we’re simply experiencing the results of our own actions. By treating others with kindness and compassion, we create the causes for our own future happiness. Understanding this, we will be more conscientious and mindful of our actions, bringing more peace in our life and influencing others in a positive way.

This article is available in Italian: Trasformare le avversità in gioia e coraggio

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Trasformare le avversità in gioia e coraggio http://thubtenchodron.org/2016/10/cambiare-noi-stessi/ Mon, 31 Oct 2016 16:00:50 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=77829

Domanda: come possiamo trasformare le avversità in gioia e coraggio così da non essere sopraffatti dalle situazioni e diventare infelici?

Ven. Thubten Chodron: Noi incontriamo spesso avversità nell’esistenza ciclica. Quando la nostra mente è pervasa dalle afflizioni, le avversità si presentano spesso. Quando la mente non è pervasa dalle afflizioni, possiamo restare sereni e aperti anche quando ci troviamo di fronte a delle situazioni difficili. Come interpretiamo la situazione influenza come la sperimenteremo. Per questo motivo è così importante trasformare la mente.

Ragazza con le mani giunte.

La sola persona che possiamo riuscire a cambiare siamo noi stessi. (Foto di Nrico)

Ma quando abbiamo dei problemi, pensiamo a trasformare la nostra mente? Di solito pensiamo che la situazione sia ingiusta, che gli altri sono nel torto perché ci trattano male e che dovrebbero cambiare. Quando incolpiamo gli altri, in sostanza diamo a loro il nostro potere perché è come se pensassimo: “Il mio problema e la mia infelicità sono causati da quella persona. Lei deve cambiare e poi io sarò felice”. Guardare la situazione in questo modo non ci porta da nessuna parte perché non possiamo obbligare gli altri a cambiare. La sola persona che possiamo riuscire a cambiare siamo noi stessi. Invece di fare la vittima o ribollire di rabbia, dobbiamo cambiare il modo in cui vediamo la situazione.

Per esempio il mio insegnante Lama Yeshe ci parlò di quanto avesse imparato dall’essere obbligato a scappare dal Tibet e diventare un rifugiato. Se fosse rimasto in Tibet, disse, non avrebbe mai compreso profondamente il Dharma, anche se lo aveva studiato per anni al monastero di Sera a Lhasa. Solo quando divenne un rifugiato iniziò a mettere in pratica gli insegnamenti, e grazie a questo la sua intera vita cambiò. Iniziò a vedere il potere interiore che aveva a disposizione per affrontare la situazione. Poiché comprendeva che il suo dover lasciarsi tutto alle spalle e andare in un nuovo paese dove non conosceva nessuno era il risultato del suo karma -le azioni che aveva fatto in precedenza- lui non si arrabbiò con i comunisti cinesi che avevano occupato il Tibet. Anzi ebbe più energia per svolgere pratiche di purificazione e la sua rinuncia all’esistenza ciclica crebbe. Quando vide la sofferenza dei rifugiati tibetani intorno a lui così come quella dei soldati che occupavano il Tibet, la sua compassione per tutti gli esseri senzienti aumentò.

Quella trasformazione non si sarebbe verificata se non fosse diventato un rifugiato. Ricordo Lama che, congiungendo i palmi, diceva quanto apprezzava le persone che gli avevano causato tutte quelle difficoltà. Questo mi colpì molto perché non era per nulla arrabbiato e apprezzava sinceramente le persone che gli avevano causato dei problemi.

Perciò quando pensi a qualcuno che ti rende la vita difficile, metti in pratica il Dharma che hai imparato e trasforma il tuo stato mentale. Facendolo crescerai nel Dharma e aumenteranno la fiducia e il coraggio nell’affrontare le difficoltà. La tua mente sarà gioiosa. Potresti essere perfino in grado di dirgli “grazie” per averti dato l’opportunità di cambiare e crescere. Se vogliamo conseguire le realizzazioni del Dharma dobbiamo praticare la pazienza e sviluppare forza d’animo. Per farlo abbiamo bisogno di persone che ci mettano alla prova. Per questo motivo dobbiamo apprezzarle e ringraziarle.

Ci sono molti modi di vedere una situazione difficile allo scopo di trasformarla in gioia e coraggio. Se crediamo davvero al karma e lo comprendiamo -cioè che le nostre azioni producono i risultati corrispondenti di cui facciamo esperienza- allora sapremo che se critichiamo gli altri, inevitabilmente gli altri ci criticheranno. Noi abbiamo creato la causa con la nostra rabbia, la nostra mente critica e giudicante e la nostra tendenza ad incolpare gli altri. Quando riconosciamo che siamo noi a creare le nostre miserie e che tutto ciò che sperimentiamo è perché abbiamo fatto qualcosa di simile a qualcuno in questa vita o nelle precedenti, allora diventa facile iniziare a praticare il Dharma e trasformare le avversità nel sentiero.

Facendo del male agli altri nel passato, in maniera indiretta abbiamo fatto del male a noi stessi. Questo non vuol dire che meritiamo di soffrire; sperimentiamo semplicemente i risultati delle nostre stesse azioni. Se trattiamo gli altri con gentilezza e compassione, creiamo le cause della nostra felicità futura. Capendo questo presteremo più attenzione alle nostre azioni, porteremo più pace nelle nostre vite e influenzeremo gli altri in positivo.

Inglese version: Transforming adversity into joy and courage

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The heart connection between monastics and laypeople http://thubtenchodron.org/2016/06/mutual-benefit-community/ Tue, 07 Jun 2016 16:56:46 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=71798

  • Verses for laypeople who offer food to nourish the sangha
  • Verses for the sangha who in turn nourishes the laypeople with teachings

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I wanted to make one more comment about yesterday’s talk, when I was talking about going on pindapata as the monastics did at the time of the Buddha. Pindapata, or alms round, was what all the ascetics did at the time of the Buddha. There were many different ascetic groups and they all tried to live a simple lifestyle, be renunciants, and so they would go in the village during the day and people would make offerings to them of food. The Buddha, of course, being a wandering renunciant set up the sangha in the same way.

It has a special meaning. The meaning we can duplicate here, as I was talking about yesterday, going on pindapata doesn’t work so well in the US. Although, maybe we can get a parade permit and then go do it like our friends at Shasta Abbey. But what it does is it sets up this relationship of dependency between the sangha and the lay community. The lay community would give food, and the sangha would give teachings. Sometimes the sangha would just wander, go to the village and collect alms, go back to the monastery and eat. Sometimes lay supporters would bring prepared food to the monastery.

The monasteries didn’t really appear until much later. Aside from the three months of varsa, they didn’t really have settled monasteries until after the Buddha’s passing. But during varsa they certainly brought food to the monasteries.They offered food in the towns. And then some people would invite the entire sangha or a certain number of sangha members to come to their home and offer a meal that way. Whenever that happened, then after the meal that sangha would give a teaching. It was this beautiful kind of interchange of the economy of generosity, with the offering of the food and the offering of the Dharma, so that everybody in the situation benefits.

We try to duplicate that in a more modern context here at the Abbey. The lay community around us brings food to the Abbey. When people come for retreats then they bring food and it’s shared with everybody at the retreat. Then since we don’t have retreats and courses all the time, then there’s a group of very dedicated volunteers in Spokane and Coeur d’Allene and everywhere in between that calls us once a week, or so, and says, “What do you need?” Then when people request us and ask, “What do you need?” then we tell them. We never call them and say, “Please get us this and this.” So we don’t ask for it ourselves. But only reply to requests. And we tell them. And then they do the shopping and come and offer the food. And so we’ve made a Dharma practice out of this to really remind ourselves of the interdependent nature, so that everybody in the situation can create great merit through the offering.

Yesterday Tracy, one of our supporters in Spokane, asked me to talk about this and the different verses.

Originally we started it so that when people came and offered food they would recite a verse of offering and the sangha would recite a verse in response, and I composed these. Then the lay people requested, “Well, we want to make sure our mind is a Dharma mind when we go shopping for the groceries to start with, so please write something for that situation.” So then another verse was written. I’ll read these to you and just explain a little bit.

Here’s what the people do before they go shopping for the groceries when they’ve asked us what we need and we’ve responded, and then they go shopping. I should note, before saying this, is that this was the idea of the local supporters, and then what happened is other people and guests from far away said “we want to offer food too, but we don’t live near you.” So some people send us food. But then also because the packaging and the food itself is quite heavy, and it may get ruined in transport, then all the supporters set up this system whereby the people who live far away can offer money for food, the supporters take that money, purchase the food, and then bring it up here and offer it on behalf of the people some of whom live in other countries, other parts of the US. It’s really rather amazing. And especially considering when we started this at the very beginning I said the Abbey we weren’t going to buy any food, and people said, “You’re going to starve! You’re not going to survive. People are not going to go along with this.” And that hasn’t happened.

Here’s the verse that the donors recite, maybe in their car before they go into the market. It says:

Offering food sustains the lives of others. I delight in providing physical nourishment to the sangha knowing that their practice and the teachings they give as a result of it will nourish my heart and the hearts of many others. I will have a calm heart and mind while mindfully selecting appropriate items to offer, and will have a deep sense of satisfaction knowing that the sangha appreciates this offering. We have a heart connection, and together we will create peace in a chaotic world.

Then they purchase the food, bring it up here, and then when they get here we have a big alms bowl from Thailand, we take a portion of the food and put it in the alms bowl on a table, and then this is the verse that the people who are offering the food recite. And sometimes people will choke (up) when they’re offering this. They’re holding back tears:

With a mind that takes delight in giving I offer these requisites to the sangha and the community. Through my offering may they have the food they need to sustain their Dharma practice. They are genuine Dharma friends who encourage, support, and inspire me along the path. May they become realized practitioners and skilled teachers who will guide us on the path. I rejoice at creating great positive potential by offering to those intent on virtue, and dedicate this for the awakening of all sentient beings. Through my generosity may we all have conducive circumstances to develop heartfelt love, compassion, and altruism for each other, and to realize the ultimate nature of reality.

It’s really emphasizing that we’re all in this boat together and we help each other, and that people are making a food offering out of a mind of real altruism and generosity without holding back, and that they see the value of the sangha community in preserving and spreading the teachings.

After they say that, then the sangha community who’s gathered also recites a verse, and we recite,

Your generosity is inspiring and we are humbled by your faith in the Three Jewels. We will endeavor to keep our precepts as best as we can, to live simply, to cultivate equanimity, love, compassion, and joy, and to realize the ultimate nature so that we can repay your kindness in sustaining our lives. Although we are not perfect we will do our best to be worthy of your offering. Together we will create peace in a chaotic world.

Again, emphasizing how we’re working together to create peace in a very chaotic world. And this verse that the sangha recites is reminding ourselves that we’re eating due to the kindness of other people, and that therefore we should hold our precepts as best as we can. We should study, and practice, and meditate, and then share the Dharma with others so that we can repay their kindness, because without their kindness our lives would not be sustained.

And then a reminder to the lay people that we are not perfect, because sometimes people say, “Oh, you’re wearing robes? You’re perfect. You never make mistakes.” No, we’re not, but we’re trying and we’re very committed to working on our minds.

So that’s how the whole thing of offering and receiving the offering of food works at the Abbey. We’ve been doing this since 2003, or perhaps it was 2004 that we started. The system has been in place since ’03. It was quite remarkable when we first moved in. I had driven up from Boise with somebody and we walked into the house, and people had cleaned the house, there were towels in the bathroom, there was food in the kitchen; it was really quite amazing to walk in and find all this hospitality. So, we’re very grateful, and thank you.

This article is available in Italian: La connessione da cuore a cuore tra i monaci e i laici

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La connessione da cuore a cuore tra i monaci e i laici http://thubtenchodron.org/2016/06/mutuo-beneficio/ Tue, 07 Jun 2016 16:00:40 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=77831

  • Versi per i laici che offrono il cibo per nutrire il sangha
  • Versi per il sangha che a sua volta nutre i laici con gli insegnamenti

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Vorrei dire un’altra cosa sul discorso di ieri, quando parlavo del fare il pindapata come i monaci al tempo del Buddha. Pindapata, o fare la questua, era ciò che facevano tutti gli asceti al tempo del Buddha. C’erano molti gruppi diversi di asceti e tutti provavano a condurre uno stile di vita semplice, basato sulla rinuncia, perciò andavano al villaggio durante il giorno e la gente gli offriva il cibo. Anche il Buddha naturalmente, essendo un asceta itinerante, organizzò il sangha nello stesso modo.

Ha un significato speciale. Almeno il significato lo possiamo replicare qui, poiché come dicevo ieri, fare il pindapata non funziona tanto bene negli Stati Uniti. Anche se forse potremmo ottenere il permesso richiesto per le manifestazioni e poi fare come i nostri amici alla Shasta Abbey. In questo modo si crea una relazione di dipendenza fra il sangha e la comunità laica. La comunità laica dava il cibo e il sangha dava insegnamenti. A volte il sangha semplicemente si recava al villaggio, faceva la questua, ritornava al monastero e mangiava. A volte i laici portavano del cibo pronto al monastero.

In realtà i monasteri sorsero molto più tardi. A parte i tre mesi del varsa, in realtà non c’erano monasteri permanenti fino a dopo la morte del Buddha. Ma durante il varsa di sicuro i laici portavano cibo ai monasteri. Offrivano anche cibo nelle città. Oppure alcune persone invitavano l’intero sangha o alcuni dei membri a casa loro e gli offrivano un pasto. Quando questo accadeva, dopo il pasto il sangha dava un insegnamento. Era un bellissimo tipo di scambio basato su un’economia di generosità, da un lato l’offerta del cibo e dall’altro l’offerta del Dharma, e tutti ne beneficiavano.

Qui all’Abbazia noi proviamo a replicare questo sistema nel contesto moderno. I laici del luogo portano del cibo in Abbazia. Chi viene in ritiro porta del cibo che poi è condiviso con gli altri partecipanti. Ma poiché non abbiamo sempre ritiri e corsi, c’è un gruppo di volontari molto motivati a Spokane e Coeur d’Allene e nelle zone circostanti che ci chiama più meno una volta alla settimana e ci chiede: “Che cosa vi serve?” E quando la gente ci chiede: “Cosa vi serve?” allora glielo diciamo. Non siamo mai noi a chiamarli e a dire: “Per favore portateci questo e quello”. Quindi non siamo noi a chiederlo. Ci limitiamo a rispondere alle loro domande. E glielo diciamo. Poi loro vanno a fare la spesa, vengono qui e offrono il cibo. Perciò abbiamo reso questo processo una pratica di Dharma per aiutarci a ricordare la nostra natura interdipendente, e in questo modo tutte le persone coinvolte possono creare grande merito grazie all’offerta.

Ieri Tracy, una delle nostre sostenitrici a Spokane, mi ha chiesto di parlare di questo e dei relativi versi.

Quando abbiamo iniziato a farlo, la gente che veniva a offrire cibo recitava un verso di offerta e il sangha a sua volta recitava un verso in risposta, che io ho composto. Poi i laici ci hanno fatto una richiesta: “Vorremmo essere sicuri che fin dall’inizio la nostra mente sia orientata al Dharma, già quando andiamo a fare la spesa, perciò per favore scrivi qualcosa al riguardo”. Quindi abbiamo aggiunto un altro verso. Ora ve li leggerò e spiegherò un po’.

Quindi ecco cosa fa la gente prima di andare a fare la spesa, dopo che ci hanno chiesto quello che ci serve, noi abbiamo risposto e poi vanno a fare la spesa. Dovrei anche dire, prima di proseguire, che questa è stata un’idea dei sostenitori locali, e quello che è successo poi è che altre persone e ospiti che vivono lontano ci hanno detto: “Anche noi vogliamo offrire cibo ma non viviamo vicino a voi”. Perciò varie persone ci spediscono del cibo. Ma poiché sia gli imballaggi che il cibo sono pesanti e il cibo si può rovinare durante il trasporto, allora tutti i sostenitori hanno organizzato un sistema per cui le persone che vivono lontano possono offrire denaro per il cibo, i sostenitori prendono quel denaro, acquistano il cibo, e poi ce lo portano qui e lo offrono per conto di queste persone, alcune delle quali vivono in altri paesi, oppure in altre regioni degli Stati Uniti. È davvero incredibile. Soprattutto se si considera che quando abbiamo iniziato io dissi che all’Abbazia non avremmo acquistato alcun cibo e la gente ci diceva: “Morirete di fame! Non sopravviverete. La gente non vi aiuterà”. Ma questo non è successo.

Ecco il verso che i donatori recitano, magari in macchina, mentre vanno al mercato. Dice:

Offrire il cibo sostiene le vite degli altri. Gioisco nel fornire nutrimento fisico al sangha sapendo che la loro pratica e gli insegnamenti che essi danno come risultato di questo nutrirà il mio cuore e il cuore di molti altri. Avrò una mente e un cuore tranquilli mentre scelgo con consapevolezza i prodotti appropriati per l’offerta, e avrò un profondo senso di soddisfazione sapendo che il sangha apprezza questa offerta. Abbiamo una connessione da cuore a cuore, e insieme creeremo pace in questo mondo caotico.

Poi acquistano il cibo, lo portano qui e quando arrivano qui abbiamo una grande ciotola per le questue dalla Thailandia, quindi prendiamo una parte del cibo e la mettiamo nella ciotola su un tavolo, e poi questo è il verso che la gente che offre il cibo recita. A volte le persone durante l’offerta devono trattenere le lacrime:

Con una mente che gioisce nel dare offro questi beni necessari al sangha e alla comunità. Che essi, grazie alla mia offerta, possano avere il cibo che gli serve per sostenere la loro pratica di Dharma. Essi sono sinceri amici nel Dharma: mi incoraggiano, sostengono e ispirano lungo il sentiero. Che essi possano diventare praticanti realizzati e abili insegnanti che ci guideranno sul sentiero. Gioisco creando un grande potenziale positivo grazie all’offerta a coloro che sono dediti alla virtù, e lo dedico per il risveglio di tutti gli esseri senzienti. Grazie alla mia generosità che possiamo noi tutti avere le circostanze favorevoli a sviluppare l’amore sincero, la compassione, l’altruismo gli uni per gli altri, e a realizzare la natura ultima della realtà.

Quindi qui si sottolinea che siamo tutti nella stessa barca e ci aiutiamo gli uni con gli altri, che le persone fanno un’offerta di cibo motivati da una mente in cui vi è un vero altruismo e una vera generosità senza riserve, e che vedono il valore della comunità del sangha nel mantenere e diffondere gli insegnamenti.

Dopo di che la comunità del sangha recita anch’essa un verso, che è:

La vostra generosità ci ispira e siamo commossi dalla vostra fede nei Tre Gioielli. Ci sforzeremo di mantenere i nostri precetti nel miglior modo possibile, vivere semplicemente, coltivare l’equanimità, l’amore, la compassione e la gioia, e realizzare la natura ultima così da poter ripagare la vostra gentilezza nel sostenere le nostre vite. Anche se non siamo perfetti faremo del nostro meglio per essere degni della vostra offerta. Insieme creeremo pace in questo mondo caotico.

Anche qui sottolineiamo il fatto che stiamo lavorando insieme per creare pace in un mondo molto caotico. Questo verso, che il sangha recita, ci aiuta a ricordare che noi possiamo mangiare grazie alla gentilezza di altre persone, e che perciò dovremmo mantenere i nostri precetti nel miglior modo possibile. Dovremmo studiare, praticare e meditare e poi condividere il Dharma con altri così da poter ripagare la loro gentilezza, perché senza la loro gentilezza non avremmo un sostentamento per le nostre vite.

E poi si ricorda ai laici anche che non siamo perfetti, perché a volte la gente dice: “Ah voi indossate una tunica. Voi siete perfetti. Non fate mai errori”. No, non siamo perfetti ma ci impegniamo e siamo molto seri nel lavorare sulle nostre menti.

Ecco come funziona l’offrire e il ricevere il cibo qui all’Abbazia. Lo stiamo facendo dal 2003, o forse 2004. Questo sistema è in uso dal 2003. Fu davvero incredibile quando ci trasferimmo qui. Avevo guidato da Boise con qualcuno, siamo entrati in casa, le persone avevano pulito la casa, c’erano asciugamani nel bagno, c’era cibo in cucina; fu davvero incredibile arrivare e trovare una tale ospitalità. Perciò siamo molto grati e vi diciamo grazie.

Inglese version: The heart connection between monastics and laypeople

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Buddhist precepts regarding food http://thubtenchodron.org/2016/06/fasting-practices/ Mon, 06 Jun 2016 16:56:45 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=71797

  • The Buddhist perspective on fasting
  • How practitioners keep Buddhist precepts related to food

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This time I’d like to talk a little bit about precepts regarding food and about fasting.

About fasting. The Buddha did not advocate any kind of really harsh ascetic practices, he was completely against those. He had tried them himself when he spent six years meditating with his five companions on the other side of the river from Bodh Gaya and he got so thin that when he touched his belly button he could feel his spine. So of course, when the body is basically emaciated and starving, it’s going to affect the clarity of the mind as well, so the Buddha didn’t advocate any kind of extreme austerity like that.

Of course, Buddhists themselves may decide, let’s say, to go on a juice fast or whatever, but that’s something aside from Buddhist practice. If they do decide to do that then they need to really check up on how it’s affecting their mind, and as Lama Yeshe used to say, not go on some kind of ascetic trip.

The kind of asceticism that the Buddha did advocate would be, for example, we (the monastics and the anagarikas) have a precept not to eat after midday and before dawn of the next day. This precept has several reasons behind it. Some traditions follow that precept quite literally and other ones don’t.

Living on alms

The reasons behind it were, first, because at that time the sangha was mendicant, so people would go in the towns with their alms bowl. They did not beg. Begging means you ask for food. They did not beg. They gathered alms. Alms means that they walk with their bowl, they stood there, if people wanted to give something, fine, if people didn’t they went on to the next house. But they did not beg for food. So it isn’t a “begging bowl,” it’s an alms bowl. There’s a difference. Language means a lot here.

Because they were dependent on alms they had to be considerate of the needs of the lay people. If they went on alms morning, noon, and night they would be on alms quite a bit of time during the day and would hardly be able to meditate because you have to go into the village, collect your alms, go back, eat them, and by that time it’s probably almost time to walk in and collect some more for lunch, and walk back and eat… So it takes some time for the monastics.

Then second, it’s not very considerate for the lay people because those who do want to offer alms would be cooking all day. So many of our precepts are made because lay people said, “Look, this isn’t very convenient for us.” And they objected to different things, and so the Buddha made a precept about that.

Third is that if you eat a heavy meal in the evening often your mind is quite dull, it makes you groggy and sleepy. So because we want to have an alert mind for meditation we don’t want to eat a heavy meal in the evening.

Also, another reason, is that before the Buddha made this precept there were monastics who would walk into town and, because it’s dark, they couldn’t see where they were going so they would fall into cesspools, they would step into people’s ka-ka, or the animal’s ka-ka. So it was unpleasant for them. And also then when they arrived at the door of the lay person, some of the people thought they were ghosts because it was dark outside and here’s this strange figure of somebody they don’t know appearing out of nowhere, maybe sometimes smelling like feces because they stepped in it on the way into town, and it would frighten the lay people.

These are the kinds of reasons behind the precept not to eat after midday and before dawn of the next day.

Culture and geography

In India that worked well. The food had a lot of substance. Also at that time the Buddha did not prohibit eating meat. Some people have bodies that need meat and so that was available to them.

And also, in terms of the time of the clock, India is almost on the equator, so after noon and then before dawn is not so long. If you do that in Sweden in the summer it’s going to be difficult, you’re going to be really hungry by the end. So I think when Buddhism goes to different cultures, different climates, different living situations, different expectations of the lay people, then these things happen to be modified.

For example, when Buddhism went to China, because it was a Mahayana tradition they were vegetarian, and so they felt that it was healthier (to keep their body healthy) to have three meals a day, so the evening meal was called “medicine meal.” In the Chinese tradition they don’t actually offer the food then, they see it as medicine. Actually, we should see our food as medicine all the time, no matter when we’re eating it. But they particularly call it medicine meal so that we remember that we’re eating it like medicine to sustain our bodies and our health so that we can practice.

Also in China what happened is a lot of the monastics moved out of the city. They didn’t want to stay in the towns and cities because there were always things going on with the government and the bureaucracy, and then they wound up getting involved in playing politics, and instead, especially practitioners from the Chan tradition, went to the mountains to meditate, and so they had to grow their own food, which is another thing that we’re not allowed to do because in ancient India they lay people were mostly farmers and again, if you’re a farmer you spend your whole day farming, there’s no time to meditate. But in the Zen (Chan) tradition when they moved into the mountains they had to grow their own food because it was too far for them to walk into the city or for the lay people to come to the monastery and offer food.

Buddhism in Tibet: there aren’t a lot of fruits and vegetables, there was mostly meat and dairy and tsampa (ground barley flour). So they had the habit of eating meat. When they came to India, His Holiness and some others are working very hard to diminish the amount of meat. And now in the monasteries they don’t eat meat in the group functions in the monasteries. In fact, His Holiness has said in Dharma Centers in the West, also, when you’re having a group function we should not serve meat. In the Abbey’s case we never eat meat at any time, so it’s clear. But I’m just explaining these things for others.

His Holiness is also trying to get people to eat more fruits and vegetables, but as we all know, eating habits die hard. So, trying, trying.

Not eating after midday

Regarding the precept about not eating after midday and before dawn of the next day there are some exceptions in the Tibetan version of the vinaya, the Mulasarvativadin version that they follow. One is if you’re ill then it’s permissible to eat in the evening. By implication, if you need to eat in order to keep good health so that you can practice, that’s possible. If you’re traveling and you’re not at a place where you can go on alms round before midday then it’s permissible to eat afterwards. If you’re caught in a storm and you’re soaking wet. They didn’t have snow there. But if you’re wet. So if there was inclement weather then you could also eat in the evening. Nowadays, because we have monasteries, we have to do physical work to do the upkeep on the buildings and the grounds. In ancient times mostly they were mendicants, and the only time they were sedentary during the Buddha’s life was during the varsa, for those three months, at which time usually there was a sponsor who offered the residence and who offered the food because the monastics didn’t go in to do pindapata (the alms round) in the summer because it involved walking and the purpose of the retreat was to not walk so much because there were so many insects on the ground. So there was usually one or more benefactors who supplied the sangha of that area with their food during that time.

Nowadays in America most of us don’t go on pindapata. I think I told you before that some of our friends at Shasta Abbey did, and at Abayaghiri did and they had to get a parade permit from the city council because it was people walking in a row. And then sometimes, people don’t know what in the world you’re doing. I went one time with Reverend Meiko and her monastics on pindapata, and we weren’t gathering food just for that day but just gathering supplies. They sent out a notice beforehand so the businesses would know what was going on. In the Zen tradition (or Chan tradition) they ring a bell so that people knew they were coming. And so people came out, a few with cooked food, but mostly with supplies. And then there was a string of lay followers behind us who, when our bowls (we carried the big bowls) would get too full they would take them and take them back to the priory or the monastery. It’s a nice tradition to do and to keep. Nowadays it needs some planning. Our Theravada friends when they go into town they usually tell their supporters beforehand and so their supporters are all lined up ready to give. If you did it really like they did in ancient India you wouldn’t have a bell, you wouldn’t tell your supporters beforehand, you would just walk in town. But if we did that here probably we would be quite hungry, and people may complain about the sangha. Also in China when they tried to go on pindapata in town people complained. They mistook them for beggars and said “we don’t want beggars here.” That could easily happen in our country, too.

Keeping the precepts

It’s up to each individual to decide how they keep the precepts about eating. I think it’s good, when you first take them, to be quite strict about it and not eat in the afternoon for as long as you can. And if at some point you have health difficulties then explain it to the Buddha, you have a little conversation with the Buddha in your meditation, request his permission to eat, and then eat mindfully and seeing the food as medicine. But if you can keep it then it’s very good. I did for the first five years of my ordination and then there began to be a lot of difficulties that occurred so I asked my teachers about it and they said to eat.

Another thing about food is when we’re eating, the monastics are supposed to stay focused on our bowl. There are a lot of etiquette precepts in our pratimoksha. You don’t chew with your mouth open, you don’t smack your lips, you don’t look around the room at what everybody else is doing, you don’t look in other people’s bowls and, “Oh, they got more than I did. Ohh, look what they did, look what they did.” You pay attention to your own bowl, not to other people’s bowls. You wash your own bowl afterwards. You treat your bowl respectfully. You don’t handle your bowl with dirty hands. Things like this.

Nyung ne

[In response to audience] Yes, they’re about to start Ramadan. The one fasting practice we do have is nyung ne. It involves the eight precepts. The eight precepts can be taken as a pratimoksha ordination for one day or they can be taken as a Mahayana ordination for one day. We do it as a Mahayana ordination. If you’re a monastic you’re not allowed just to take the pratimoksha one-day precepts because it’s a lower ordination and you already have a higher one. But to take the Mahayana precepts, that’s permissible. When you take the Mahayana precepts, actually the precept is similar here, you don’t eat after noon and before the next day. That’s the way the precept is. My teacher Zopa Rinpoche always did it where you eat one meal a day, so you eat at lunch time and you finish your meal before midday.

When you do nyung ne then you follow that practice for the first day, and you have your one meal–unless you’re doing consecutive nyung nes, in which case then you have breakfast and lunch on the eating days. You have beverages that are strained at the other time. You don’t have just a glass of milk, something that’s really rich. Or something with a lot of protein powder or yogurt or something like that. It has to be mixed with water. No fruit juice with pulp in it. Although it was very interesting when I was in Thailand they drank fruit juice with pulp. And some of them eat cheese, and candied ginger, and chocolate. They have their own way of saying what’s allowable and what’s not allowable, which I won’t go into.

But then on the second day of the nyung ne you don’t eat or drink or speak, and so that’s for the entire day. And then you break that fast the morning of the third day.

Some people may say, “Well isn’t that a bit extreme? I mean, my mother would be horrified if you went a whole day without eating and drinking, that just is not done in my culture….” But this kind of…. When you do the nyung ne, it’s done for a particular reason, and it really strengthens your spiritual practice because it turns your mind to refuge and to the meditation on Chenrezig. It’s not extreme because it’s just one day that you’re not eating and drinking, and we can manage quite well without that. And it gives us a chance to think of what it’s like for people who don’t have the choice, like we do, and aren’t doing it for a virtuous purpose, but nevertheless cannot eat and drink during one day because there’s no food or drink present.

Questions and answers

[In response to audience] If you’re keeping the precept quite strictly, which it’s good to do…. You definitely have to work with your mind, because then you start really investigating what is hunger and what is habit. And what is physical habit and what is mental/emotional habit. This thing of, like you say, “I feel deprived.” That’s kind of an emotional thing. And it especially arises, like, “Oh, they put out something really good in the afternoon for the others to eat, and I’m not eating in the afternoon, and it was all gone by the time the morning came, and I didn’t get any.” Yes? So then we’re whiny three-year-olds, and we have to remember, well, why are we keeping this precept? We’re keeping it because it was set down by the Buddha, it’s for a reason, we’re accepting that if something’s put out later that we don’t get it, and you know, we will really live. Because anyway, even if we eat three meals, I’ve noticed certain things come in and I’ve never gotten any of them. I don’t know when they’ve been put out, but it hasn’t been when my big eyes and big mouth have been around. [laughter] So we accept that. That’s just the way things are.

Many of us grew up in families, the oldest child always knows, where you have to divide everything exactly, otherwise your younger siblings complain that you did it unfairly and you got more of the good stuff and they got more of the bad stuff. But we have to grow beyond that mind, don’t we? We have to get over that. And it’s just, whatever people offer, whatever is there, we eat. Sometimes they put too much salt in, we can dilute it with water. Sometimes they don’t put enough salt to our taste, tough luck. Take it as your practice. Or you go over there and (add) lots of soy sauce, lots of Bragg’s, lots of salt, lot’s of this…. And then you get high blood pressure. Congratulations. [laughter] So I think we try and eat in a healthy way. And really look at our mind.

[In response to audience] Also the monastic precepts allow for breakfast and lunch. When you do the eight Mahayana precepts, when we do them for one day, then everybody just eats one meal a day. But for example when people come for retreat, if they do the eight Mahayana precepts for a period of days, then I tell them it’s fine to eat breakfast and lunch, because it’s allowed within that precept.

This article is available in Italian: Precetti buddhisti riguardanti il cibo

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Precetti buddhisti riguardanti il cibo http://thubtenchodron.org/2016/06/pratica-digiuno/ Mon, 06 Jun 2016 16:00:09 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=77835

  • Il punto di vista buddhista sul digiuno
  • Come i praticanti mantengono i precetti buddhisti riguardanti il cibo

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Questa volta vorrei parlare un po’ del digiuno e dei precetti che riguardano il cibo.

A proposito del digiuno. Il Buddha non consigliava nessuna rigida pratica ascetica, anzi era completamente contrario ad esse. Le aveva provate su di sé quando passò sei anni a meditare con i suoi cinque compagni dall’altro lato del fiume di Bodh Gaya e divenne così magro che quando si toccava l’ombelico poteva sentire la colonna vertebrale. Naturalmente quando il corpo è deperito e affamato questo andrà a influenzare la chiarezza mentale, perciò il Buddha non consigliava queste pratiche di estrema austerità.

Naturalmente alcuni buddhisti possono decidere, ad esempio, di fare un digiuno a base di succhi o di altro tipo, ma questo non riguarda la loro pratica buddhista. Se decidono di farlo allora devono stare davvero attenti a come questo influenza la loro mente e anche, come Lama Yeshe spesso diceva, a non farsi un trip ascetico.

Il tipo di ascesi che il Buddha consigliava era ad esempio quello che noi (i monaci e gli anagarika) abbiamo di non mangiare dopo mezzogiorno e prima dell’alba del giorno successivo. Ci sono diversi motivi per farlo. Alcune tradizioni seguono questo precetto alla lettera e altre no.

Vivere con la questua

I motivi erano, in primo luogo, che a quel tempo il sangha era itinerante, quindi i monaci si recavano nelle città con le ciotole per la questua. Non mendicavano. Mendicare significa chiedere cibo. Ma loro non mendicavano. Raccoglievano la questua. Questo significa che camminavano tenendo la ciotola, si fermavano in un punto, e se le persone volevano dare qualcosa bene, altrimenti passavano alla casa successiva. Non mendicavano il cibo. Perciò non è “una ciotola per l’elemosina, per mendicare “, è una ciotola per la questua. Sono cose diverse. In questo caso il linguaggio è importante.

I monaci, poiché dipendevano dalla questua, dovevano tenere in considerazione i bisogni dei laici. Se avessero fatto la questua mattino mezzogiorno e sera sarebbero stati a questuare tutto il giorno e avrebbero avuto ben poco tempo per meditare perché sarebbero dovuti andare al villaggio, raccogliere la questua, tornare indietro, mangiare e a quel punto sarebbe stata probabilmente ora di uscire di nuovo per raccogliere qualcosa per il pranzo, poi tornare indietro e mangiare… avrebbe preso troppo tempo.

In secondo luogo non è molto rispettoso verso i laici perché quelli che desiderano fare offerte dovrebbero cucinare tutto il giorno. Perciò molti dei nostri precetti sono nati perché i laici hanno detto “questo non è molto pratico per noi” e quindi il Buddha fece un precetto al riguardo.

In terzo luogo se consumi un pasto pesante la sera spesso la mente si annebbia, ti senti intorpidito e assonnato. Quindi visto che vogliamo avere una mente sveglia durante la meditazione preferiamo evitare un pasto pesante la sera.

Inoltre, un’altra ragione è che prima che il Buddha stabilisse questo precetto c’erano dei monaci che andavano in città e, a causa del buio, non vedevano dove stavano andando perciò scivolavano nelle latrine, pestavano la cacca di altri o la cacca degli animali. Tutto questo era sgradevole. Poi quando arrivavano alla porta dei laici, alcuni pensavano che fossero fantasmi perché fuori era buio e all’improvviso sbucava dal nulla una strana figura misteriosa, a volte olezzante di escrementi perché li avevano pestati entrando in città e tutto questo spaventava i laici.

Queste sono alcune delle regioni alla base del precetto di non mangiare dopo mezzogiorno e prima dell’alba del giorno successivo.

Cultura e geografia

In India questo metodo funzionava bene. Il cibo era molto sostanzioso. Inoltre a quel tempo il Buddha non vietava il consumo di carne. Alcune persone hanno dei corpi che richiedono carne e quindi non era vietata.

Inoltre, l’India è quasi all’equatore perciò non passa tantissimo tempo tra il mezzogiorno e l’alba successiva. Se provi a fare la stessa cosa in Svezia in estate sarà difficile, alla fine avrai veramente tanta fame. Perciò penso che, quando il buddhismo si diffonde in altre culture, con diversi climi, diverse condizioni di vita, diverse aspettative da parte dei laici, sia necessario fare delle modifiche.

Per esempio, quando il buddhismo si diffuse in Cina, poiché era una tradizione Mahayana erano vegetariani, perciò ritenevano che fosse più salutare avere tre pasti al giorno, perciò il pasto della sera era chiamato “pasto medicinale”. Nella tradizione cinese la sera non offrono veramente il cibo, lo vedono come una medicina. In realtà dovremmo sempre vedere il nostro cibo come una medicina, in qualsiasi orario della giornata. Ma loro usano questo termine “pasto medicinale” per ricordare che lo mangiamo come se fosse una medicina per sostenere il nostro corpo e la nostra salute così da poter praticare.

Inoltre in Cina molti monaci uscirono dalle città. Non volevano restare in città e in villaggio perché c’erano sempre delle questioni burocratiche e con il governo, e poi si sarebbero ritrovati invischiati nella politica. Invece, soprattutto i praticanti della tradizione Chan, andavano sulle montagne a meditare, perciò dovevano coltivare il loro cibo, che è un’altra cosa che a noi non viene permesso fare perché nell’antica India i laici erano sopratutto contadini, e se sei un contadino passi tutto il tuo tempo nei campi e non c’è tempo per meditare. Ma nella tradizione Zen (Chan) quando si trasferivano in montagna dovevano coltivare il loro cibo perché erano troppo lontani dalla città perché potessero andare a fare la questua o perché i laici potessero andare al monastero a offrire il cibo.

Il buddhismo in Tibet: non c’è molta frutta e verdura. C’era principalmente carne, latticini e tsampa (farina d’orzo). Perciò avevano l’abitudine di mangiare carne. Da quando sono venuti in India Sua Santità e alcuni altri si sono impegnati molto per ridurre la quantità di carne consumata. E adesso nei monasteri non si mangia carne nelle funzioni di gruppo. Sua Santità ha detto anche che nei centri di Dharma in occidente quando si tiene una funzione di gruppo non si dovrebbe servire la carne. Qui da noi all’Abbazia non consumiamo mai carne; sto spiegando queste cose per gli altri.

Sua Santità sta anche cercando di stimolare la gente a mangiare più frutta e verdura, ma tutti sappiamo che le abitudini alimentari sono dure a morire. Ma ci si continua a provare.

Non mangiare dopo mezzogiorno

Per ciò che riguarda il precetto di non mangiare dopo mezzogiorno e prima dell’alba del giorno seguente, ci sono alcune eccezioni nella versione tibetana del vinaya, la versione che seguiamo, la Mulasarvastivada. Una è che se sei malato è accettabile mangiare di sera. Questo implica anche che se hai bisogno di mangiare per mantenerti in buona salute così da poter praticare, allora puoi farlo. Se sei in viaggio e non ti trovi in un luogo dove puoi fare la questua prima di mezzogiorno, allora è permesso mangiare dopo. Oppure se sei colto da un temporale e sei bagnato fradicio. Là non avevano la neve. Ma sei fradicio. Perciò se c’era un tempo brutto allora potevi anche mangiare di sera. Al giorno d’oggi, poiché abbiamo dei monasteri, dobbiamo fare del lavoro fisico per il mantenimento degli edifici e della proprietà. Nei tempi antichi erano soprattutto itineranti, e il solo periodo in cui erano fermi in un posto quando il Buddha era in vita era durante il varsa; per quei tre mesi di solito c’era uno sponsor che metteva a disposizione una residenza e offriva il cibo. Questo perché i monaci non facevano pindapata (la questua) durante l’estate, perché avrebbero dovuto camminare e lo scopo del ritiro era camminare poco perché c’erano tanti insetti sul terreno. Perciò c’erano di solito uno o più benefattori che fornivano al sangha di quell’area il cibo in quel periodo.

Al giorno d’oggi in America la maggior parte di noi non fa pindapata. Penso di avervi già detto che alcuni dei nostri amici della Shasta Abbey lo facevano, così come ad Abayaghiri, e dovettero farsi rilasciare un permesso per le manifestazioni dalle autorità locali perché i monaci camminavano in fila. E poi caspita anche che la gente non capisce quello che stai facendo. Una volta andai con la Reverenda Meiko e i suoi monaci a fare pindapata. Non raccoglievano solo cibo per quel giorno ma anche provviste. Inviarono un avviso in precedenza così le attività commerciali sapevano cosa stava succedendo. Nella tradizione Zen (o Chan) suonano un campanello così le persone sanno che stanno arrivando e quindi vengono fuori, alcuni con cibo già pronto, la maggior parte con provviste. Poi c’era anche una fila di laici dietro di noi che, quando le nostre ciotole (avevamo quelle grandi) erano troppo piene le prendevano e le portavano al monastero. È una bella tradizione da conservare. Al giorno d’oggi richiede una certa pianificazione. I nostri amici Theravada quando vanno in città di solito informano in precedenza i loro sostenitori che si mettono tutti in fila pronti a donare. Se si facesse proprio come nell’antica India non ci sarebbe bisogno di un campanello, di dirlo in precedenza ai propri sostenitori: semplicemente si camminerebbe per la città. Ma se lo facessimo qui probabilmente ci ritroveremmo affamati, inoltre la gente potrebbe lamentarsi del sangha. In Cina quando hanno provato a fare il pindapata in città la gente si lamentava. Li avevano scambiati per mendicanti e avevano detto: “Non vogliamo dei mendicanti qui”. Questo potrebbe senz’altro accadere anche nel nostro paese.

Mantenere i precetti

Ogni individuo deve decidere da sé come mantenere i precetti riguardo al cibo. Penso che sia bene, la prima volta che li prendete, essere piuttosto rigidi e digiunare dopo pranzo più a lungo possibile. E se a un certo punto avete dei problemi di salute, potete spiegarlo a Buddha, avere una piccola conversazione con Buddha durante la meditazione, richiedere il suo permesso e poi mangiare con consapevolezza vedendo il cibo come medicina. Ma va molto bene, se potete, andare avanti a non mangiare dopo mezzogiorno. Io lo feci per i primi cinque anni della mia ordinazione, poi ebbi molti problemi perciò chiesi ai miei insegnanti e loro mi dissero di mangiare.

Un’altra cosa è che quando mangiano i monaci dovrebbero restare concentrati sulla ciotola. Nel nostro pratimoksha ci sono molti precetti che riguardano la corretta etichetta. Non devi masticare con la bocca aperta, sbattere la bocca, guardare attorno quello che stanno facendo gli altri. Non guardi nelle ciotole degli altri pensando: “Oh, loro ne hanno preso più di me. Oh, guarda cosa hanno fatto, guarda cosa hanno fatto!”. Devi prestare attenzione alla tua ciotola, non a quelle degli altri. Dopo devi lavare la tua ciotola. Devi trattare la tua ciotola con rispetto, non toccarla con le mani sporche. Cose del genere.

Nyung-ne

[Rispondendo al pubblico] Sì, stanno per cominciare il Ramadan. La pratica di digiuno che abbiamo noi è il nyung-ne. Comprende gli otto precetti. Gli otto precetti possono essere presi come ordinazione pratimoksha per un giorno, oppure possono essere presi come ordinazione Mahayana per un giorno. Noi li prendiamo come ordinazione Mahayana. Se sei un monaco non ti è permesso di prendere i precetti pratimoksha di un giorno perché è un’ordinazione inferiore e tu ne hai già una superiore. Ma prendere i precetti Mahayana è possibile. Quando prendi i precetti Mahayana, è simile a quello che abbiamo già detto, non mangi dopo mezzogiorno e prima del giorno successivo. È così che funziona il precetto. Il mio insegnante Zopa Rinpoche lo faceva sempre consumando un pasto solo al giorno. Se fai così mangi attorno all’ora di pranzo e finisci il pasto prima di mezzogiorno.

Quando fai nyung-ne segui questa pratica il primo giorno e hai un pasto solo -a meno che tu non faccia dei nyung-ne consecutivi, in qual caso nei giorni in cui mangi hai sia colazione che pranzo. Negli altri momenti hai delle restrizioni anche riguardanti le bevande. Ad esempio non puoi bere un bicchiere di latte, troppo sostanzioso. O qualcosa in cui hai messo molta polvere proteica o lo yogurt o cose del genere. Deve essere misto ad acqua. Nessun succo di frutta con polpa. Anche se era molto interessante vedere in Thailandia che là bevevano il succo di frutta con la polpa, e alcuni di loro mangiavano formaggi, zenzero candito e cioccolata. Hanno le loro idee riguardo ciò che è permesso e ciò che non è permesso ma non ci entrerò.

Il secondo giorno del nyung-ne non mangi, non bevi e non parli, e questo per tutto il giorno. E poi rompi il digiuno la mattina del terzo giorno.

Alcuni potrebbero dire: “Non è un po’ estremo? Mia madre sarebbe sconvolta se passassi un’intera giornata senza mangiare e senza bere, questo non si fa nella mia cultura…” Ma questo tipo di… Ma nyung-ne si fa per una ragione specifica, e davvero aiuta a rafforzare la tua pratica spirituale perché indirizza la tua mente al rifugio e alla meditazione su Chenrezig. Non è estrema perché è solo un giorno senza mangiare e bere e ce la si fa benissimo. Inoltre ci dà la possibilità di pensare a come deve essere per quelle persone che, a differenza nostra, non possono scegliere, che non lo fanno per uno scopo virtuoso, ma che tuttavia non possono mangiare e bere per un giorno perché non hanno né cibo né bevande.

Domande e risposte

[Rispondendo al pubblico] Se mantieni i precetti in maniera stretta, che è un’ottima cosa… Di sicuro devi lavorare con la mente, perché inizi davvero ad analizzare cosa è la fame e cosa è l’abitudine. E cosa è un’abitudine fisica e cosa è un’abitudine mentale-emozionale. Quando dici: “Mi sento deprivato”, è più che altro una cosa emotiva. Nasce soprattutto quando ad esempio pensi: “Oh, ieri pomeriggio hanno fatto qualcosa di veramente buono, gli altri l’hanno potuto mangiare, ma io dopo pranzo non mangio e al mattino non ce n’era più e io non l’ho potuto mangiare”. Giusto? Poi facciamo come dei bambini piagnucolanti di tre anni e allora dobbiamo ricordarci, perché stiamo mantenendo questo precetto? Lo manteniamo perché è stato stabilito da Buddha, ha un motivo, e quindi accettiamo che se qualcosa viene servito più tardi e noi non riusciamo a prenderlo, vivremo lo stesso. E comunque anche quando facciamo tre pasti, ho notato che certe cose arrivano e io non sono mai riuscita a prenderne neanche un po’. Non so quando sono state messe fuori, ma di certo non è stato quando i miei grandi occhi e la mia grande bocca erano in giro [risate]. Perciò accettiamo tutto questo. È così che vanno le cose.

Molti di noi sono cresciuti in famiglie, il figlio più grande lo sa sempre, in cui devi dividere tutto esattamente altrimenti i fratelli minori si lamentano che non hai fatto la divisione giusta, che ti sei preso più cose buone e gli hai dato le cose cattive. Ma dobbiamo crescere e andare oltre quel tipo di mente, giusto? Dobbiamo andare oltre. È semplice, qualunque cosa la gente offre, qualsiasi cosa ci sia, noi la mangiamo. A volte ci mettono dentro troppo sale, allora possiamo diluire con l’acqua. A volte non mettono abbastanza sale per i nostri gusti, pazienza. Considerala la tua pratica. Oppure te ne vai là e aggiungi un sacco di salsa di soia, di Bragg, un sacco di sale, un sacco di questo e quello… e poi ti viene la pressione alta. Congratulazioni [risate]. Perciò cerchiamo di mangiare in un modo sano e anche di prestare davvero attenzione alla nostra mente.

[Rispondendo al pubblico] Anche i precetti monastici permettono la colazione e il pranzo. Quando prendiamo gli otto precetti Mahayana solo per un giorno, allora tutti mangiano un solo pasto al giorno. Ma ad esempio quando la gente viene per i ritiri, se prendono i precetti Mahayana per un certo numero di giorni, allora gli dico che va bene fare colazione e pranzo, perché è permesso all’interno di quel precetto.

Inglese version: Buddhist precepts regarding food

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Working with attachment to food http://thubtenchodron.org/2016/06/balance-eating-contemplation/ Thu, 02 Jun 2016 18:09:38 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=71616

  • Methods to work with the attachment to food
  • Considering the causes and the results of the food that we eat
  • Offering the food is a method to curb the attachment
  • Mindfulness while eating

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We’ll continue with the discussion of food and eating and how to work with attachment when we’re eating.

One way they recommend, which works extremely well…. We eat the food and we chew it. When it’s on the plate it looks so delicious and we have so much attachment. Then we chew it. If we spit out the food we chewed would we eat that? It looks kind of disgusting, doesn’t it? But it’s interesting because one minute it’s beautiful on the plate, then thirty seconds later in our mouth, if we spit it out it would look disgusting and we wouldn’t eat it.

If we think about what the food looks like going down our digestive system, and what it looks like when it comes out the other end, then certainly we wouldn’t have very much attachment for it, would we? So, if we’re having a lot of attachment for food it’s very good to remember that the food is not inherently existent food.

First of all, its causes. It came from the dirt. We certainly wouldn’t go outside and go in the garden and eat some dirt. Yet that’s where the vegetables came from, the fruit came from. Then of course after we eat it it doesn’t look very beautiful. It’s kind of strange, isn’t it, that you have the causes of the food and the results of the food, both of which we would not eat and are not very appetizing, but somehow in the middle we think that the result of the cause and the cause of the result somehow has its own inherent deliciousness in it. Isn’t that peculiar? It’s very strange how we living beings think. It really doesn’t make much sense when you think about it. So that’s a very good way to reduce our attachment to food.

Of course, sitting down and doing the meditation that we do when we offer it also reduces the attachment to it because we give it away. We’ve offered it to the Buddha, Dharma, and Sangha, so it’s certainly not very becoming, nor appropriate, to be attached to what belongs to the Buddha. That wouldn’t create very good karma, would it? It would be like offering something on the altar and sitting and salivating over it, “Buddha, please give this to me.” We offered it, it no longer belongs to us. Why are we getting attached to it? That’s another antidote that’s helpful to reduce the attachment to food.

Like I said before, attachment to food…. Sometimes when you’re new to the Dharma it seems like, oh, that’s your worst attachment. What they say is attachment to food is nothing compared to attachment to sex, attachment to reputation, attachment to love and praise and approval.

Once I was at one of our Western Buddhist Monastic gatherings. We were talking about training our mind and how we train our mind and the difficulties. There was one Theravada monk who was explaining how he was living in Thailand and the people offer these beautiful meals to the monks in Thailand, and he just loved mangoes. Mango would be offered every day and he would just see this amazing attachment to the mango come up. He talked about how much he had to work with his mind to deal with the attachment to the mango, and calm his mind, and so on and so on.

Then I was the next one who spoke and I said, “You know, for me, if working on my attachment to a mango was the biggest thing I had to do in my early years of training, that would have been a breeze. Instead, my teacher sent me to be the disciplinarian of the macho Italian monks.” And then I talked about my experience working with them. It’s very clear, attachment to food would be nothing than working with attachment to… You know, you want praise and approval, not blame for things you didn’t do. And not people writing your teacher and telling him that you’re the worst thing that ever happened to the Dharma center, simply because you wanted people to go to puja instead of work.

Anyway, what I’m saying is don’t get too wigged out about your attachment to food and go into crisis about it and say, “Ahhh, I’m so attached to food this is….” Work with the attachment and the anger that causes the most difficulties in your life. And also gently work on your attachment to food. I say this because I’ve seen too many people go into some kind of thing about, “I can’t eat because there’s so much attachment.” That’s just not very healthy at all.

Mindfulness

I wanted to talk a little bit about mindfulness while eating. It’s quite interesting. I used to teach at Cloud Mountain Retreat Center, as many of you know, and they host retreats by Zen people, by the Theravada people, and also by the Tibetan tradition people. My friends there would tell me that you could tell which tradition retreat it was by the way that people ate. The Zen people would walk in, sit down, do their prayers chanting, and then eat, and the food would be gone in five minutes. Gone, finished, nothing. Chant the end of the thing, and leave. The vipassana people, Theravada people would come in, walking extremely slowly, lifting, pushing, placing. Finally they would get to their chair and sit down. Then they would pick up the fork up extremely slowly, with the food on it, and put it in their mouth, and then…. (chew slowly). And the meal would last 45 minutes to an hour. Mostly an hour, because they were mindful of the taste of every bite, everything. The Tibetans would walk in, normal pace, do their prayers, sit down, eat, finish, everything normal, and leave.

Here you see, within this, how different traditions have different practices to help us deal with the attachment. The Zen people eat very quickly because when you eat quickly there’s no time to be attached to it because everybody has to finish at the same time and you cannot be the last one. So you shovel it in. The Theravada people you eat very slowly. This is the insight people. My Theravada monastic friends don’t usually eat like this. But the insight people. Very slowly, chew, to be extremely mindful of each, the taste, and the movement and all. And when you do that, really, you want to swallow already because the feeling of this food in your mouth for so long is blah. Can I swallow it and drink something? You really lose the attachment. And also, you realize that when you sat down you had this whole mind that thought you knew how it was going to taste, and when you actually eat it it doesn’t really taste much like you thought. Maybe the first bite does, but really, as you chew it and you feel this goo in your mouth over time, and the same taste, it’s like, this isn’t how I thought the chocolate cake was going to taste. Or the spaghetti. Whatever it was. It’s quite interesting to see these different ways of working with the mind when we eat.

Both of these ways work, eating very quickly, eating very slowly. I think eating normally also works. Personally speaking, I think our motivation for eating is really the key thing, and much more important than necessarily being aware of the movement of the jaw as you eat (each bite, as you chew, each mastication). That word is enough to turn you off. It’s helpful to pay attention to this and to decrease the attachment, but to really come back to the visualization we’re doing, offering the Buddha food and the buddhas sending out light throughout our body. That’s another way to not have attachment to it, because we’re offering it, it doesn’t belong to us. So you eat normal speed and like that.

There are many different ways to eat mindfully. Mindfully doesn’t have to be slow. And I think mindful of our motivation when we eat is quite important. The five contemplations really are talking about mindfulness when we’re eating.

In the Chinese tradition when they do the five contemplations, you don’t just recite them at the beginning and then forget them, but while you’re eating you’re actually mindful of those. You’re mindful of the causes and conditions and the kindness of others by which we receive the food. We’re mindful of the food as medicine. We remember that our purpose in life is generating bodhicitta and attaining full awakening, so we have the resolve to eat with that kind of intention. Those five mindfulnesses, too, are another way to eat mindfully.

I’m saying this because the word “mindful” is so commonly used now that hardly anybody knows what it means anymore. We could call those, instead of the five contemplations, the five mindfulnesses before eating.

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Lavorare sull’attaccamento al cibo http://thubtenchodron.org/2016/06/metodi-mangiare-consapevolezza/ Thu, 02 Jun 2016 17:00:20 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=77837

  • Metodi per lavorare sull’attaccamento al cibo
  • Considerare le cause e i risultati del cibo che mangiamo
  • Offrire il cibo come metodo per ridurre l’attaccamento
  • Mindfulness mentre si mangia

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Continuiamo la discussione sul cibo, sul mangiare e su come lavorare con l’attaccamento quando mangiamo.

Un metodo consigliato, che funziona molto bene… noi mangiamo il cibo e lo mastichiamo. Quando è nel piatto sembra così delizioso e abbiamo tantissimo attaccamento. Poi lo mastichiamo. Se noi sputassimo il cibo che abbiamo masticato lo mangeremmo? Ci sembrerebbe disgustoso, no? È interessante: il minuto prima, quando è nel piatto, è meraviglioso ma, dopo trenta secondi in bocca, se lo sputassimo sembrerebbe disgustoso e non lo mangeremmo.

Se pensiamo all’aspetto del cibo quando scende nel nostro sistema digestivo, e com’è quando esce alla fine del processo, certamente non avremmo tanto attaccamento, no? Quindi se abbiamo un forte attaccamento al cibo è bene ricordare che il cibo non ha un’esistenza intrinseca.

Prima di tutto, le sue cause. Viene dalla terra. Certamente non usciremmo in giardino a mangiare della terra. Sì, è da qui che vengono la verdura e la frutta. Poi naturalmente dopo averlo mangiato non ci sembra così bello. È strano, no? Sia le cause del cibo che i suoi risultati non li mangeremmo, non sono molto appetitosi, ma in qualche punto nel mezzo pensiamo che il risultato della causa e la causa del risultato sia delizioso in maniera intrinseca. Non è curioso? È molto strano come noi esseri umani pensiamo. Non ha molto senso a pensarci bene. Perciò questo è un ottimo modo per ridurre il nostro attaccamento al cibo.

Naturalmente anche sedersi e fare la meditazione che siamo soliti fare quando lo offriamo riduce l’attaccamento verso di esso perché lo diamo via. Lo abbiamo offerto a Buddha, al Dharma e al Sangha, perciò non sarebbe di certo molto appropriato essere attaccati a ciò che appartiene a Buddha. Questo non creerebbe un buon karma, no? Sarebbe come offrire qualcosa sull’altare e poi avere l’acquolina in bocca e pensare: “Buddha per favore dammi questo cibo”. Lo abbiamo offerto quindi non appartiene più a noi. Perché ci attacchiamo ad esso? Questo è un altro antidoto che ci può aiutare a ridurre l’attaccamento al cibo.

Come ho detto prima, l’attaccamento al cibo… A volte, se sei un nuovo arrivato nel Dharma può sembrare che sia il tuo attaccamento peggiore. Si dice che l’attaccamento al cibo non è niente confronto l’attaccamento al sesso, alla reputazione, all’amore, agli elogi e all’approvazione.

Una volta ero a un raduno di monaci buddhisti occidentali. Stavamo parlando dell’addestramento mentale, di come addestriamo le nostre menti e i problemi che abbiamo. C’era un monaco Theravada che spiegava che viveva in Thailandia e là la gente offre dei pasti meravigliosi ai monaci, e lui andava pazzo per il mango. Tutti i giorni offrivano dei manghi e lui poteva vedere questo incredibile attaccamento verso il mango che usciva fuori. Ci disse di quanto lavoro doveva fare sulla sua mente per gestire l’attaccamento al mango, calmare la mente e così via.

Io dovevo parlare subito dopo e dissi: “Sai, per me, se lavorare sul mio attaccamento al mango fosse stata la cosa più grossa che dovevo fare nei primi anni di addestramento, sarebbe stata una passeggiata. Invece il mio insegnante mi inviò a mettere in riga i monaci italiani, che erano molto macho”. E poi parlai della mia esperienza nel lavorare con loro. Sapete, quello che si cerca sono le lodi e l’approvazione, non essere incolpata di cose che non hai fatto. O che la gente scriva al tuo insegnante e gli dica che sei la cosa peggiore che sia mai capitata al centro di Dharma, solo perché volevi che la gente andasse alla puja invece che al lavoro.

Comunque quello che voglio dire è di non preoccuparvi troppo del vostro attaccamento al cibo e poi entrare in crisi “Ahhhhh, sono così attaccato al cibo, questo è…” Lavora con l’attaccamento e la rabbia che sono la fonte dei problemi principali della tua vita. E poi piano piano con gentilezza lavora sul tuo attaccamento al cibo. Lo dico perché ho visto così tanta gente dire cose tipo: “Non posso mangiare perché ho troppo attaccamento”. Questo non è molto salutare.

Mindfulness

Vorrei parlare un po’ della mindfulness mentre si mangia. È piuttosto interessante. Ero solita insegnare al Cloud Mountain Retreat Center, e come molti di voi sanno lì si tengono ritiri di gruppi diversi: i praticanti Zen, i Theravada, anche quelli di tradizione tibetana. I miei amici che stavano là mi dissero che potevano capire di che tradizione era il ritiro dal modo in cui la gente mangiava. I praticanti Zen entravano, si sedevano, cantavano le loro preghiere, poi mangiavano e il cibo scompariva in cinque minuti. Non restava più nulla. Facevano le loro recitazioni alla fine di tutto e poi se ne andavano. Il gruppo di vipassana, di tradizione Theravada, entrava camminando in maniera estremamente lenta. Alzavano il piede, lo spostavano in avanti, lo appoggiavano a terra, spingevano. Alla fine arrivavano alla sedia e si sedevano. Poi prendevano la forchetta molto lentamente col cibo, la mettevano in bocca, e poi…(mastica lentamente). E il pasto durava dai 45 minuti a un’ora. Più che altro un’ora, perché prestavano attenzione al sapore di ogni boccone. I Tibetani entravano con passo normale, dicevano le loro preghiere, si sedevano, mangiavano, finivano, tutto normale, e poi se ne andavano.

Vedete come diverse tradizioni hanno pratiche diverse per aiutarci ad affrontare l’attaccamento. I praticanti Zen mangiano molto velocemente perché quando mangi velocemente non c’è tempo per essere attaccati. Tutti devono finire nello stesso momento e non puoi essere l’ultimo. Quindi mangi tutto in fretta. I praticanti Theravada mangiano molto lentamente. Loro coltivano l’insight. I miei amici monaci Theravada di solito non mangiano così. Ma la gente che pratica l’insight mastica molto lentamente, con piena consapevolezza del sapore e di ogni movimento. E quando lo fai in realtà ti viene voglia di mandare giù in fretta perché la sensazione del cibo in bocca dopo un po’ diventa sgradevole. Posso mandare giù e bere qualcosa? In questo modo perdi davvero l’attaccamento. E capisci anche che quando ti siedi pensi di sapere che gusto avrà, poi quando lo mangi non ha veramente proprio lo stesso sapore che pensavi. Magari il primo morso sì, ma poi man mano che lo mastichi e senti quella poltiglia in bocca pensi “Non è questo il sapore che pensavo avesse la torta al cioccolato”. O gli spaghetti. Qualunque cosa. È interessante vedere tutti questi diversi modi di lavorare con la mente mentre mangiamo.

Entrambi questi modi funzionano, mangiare molto velocemente o molto lentamente. Penso che anche mangiare normalmente funzioni. Personalmente penso che la cosa essenziale sia la nostra motivazione quando mangiamo e che la motivazione sia molto più importante del dover per forza essere consapevole di ogni movimento della mascella mentre mastichi. È utile prestare attenzione a tutto questo per diminuire l’attaccamento, ma torniamo alla visualizzazione che facciamo noi, offrire il cibo al Buddha e i Buddha inviano luce attraverso il nostro corpo. Questo è un altro modo per non avere attaccamento al cibo, perché lo offriamo, non ci appartiene. Perciò mangiamo ad una velocità normale.

Ci sono modi diversi per mangiare con consapevolezza. Farlo in maniera mindful, consapevole, non vuole dire per forza farlo lentamente. Penso anche che essere consapevoli della nostra motivazione quando mangiamo sia davvero importante. Le cinque contemplazioni in realtà riguardano avere mindfulness mentre mangiamo.

Nella tradizione cinese, quando fanno le cinque contemplazioni non si limitano a recitarle all’inizio per poi scordarle, ma le tengono a mente anche mentre mangiano. Occorre tenere a mente le cause, le condizioni e la gentilezza degli altri grazie a cui riceviamo il cibo. Siamo consapevoli del cibo come medicina. Ci ricordiamo che il nostro scopo nella vita è generare bodhicitta e ottenere il pieno risveglio, perciò abbiamo la determinazione di mangiare con quel tipo di intenzione. Queste cinque contemplazioni sono un altro modo di mangiare con mindfulness, con consapevolezza.

Dico questo perché al giorno d’oggi si usa così tanto la parola “mindfulness” da non sapere più cosa significhi. Potremmo chiamarle, invece delle cinque contemplazioni, le cinque mindfulness prima di mangiare.

Inglese version: Working with attachment to food

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Dedicating for the benefit of all http://thubtenchodron.org/2016/05/dedications-for-others/ Tue, 31 May 2016 18:08:16 +0000 http://thubtenchodron.org/?p=71615

  • Completion of the commentary on the verses after lunch
  • All the beings for whom we make dedications

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We’re still talking about the prayer dedicating the merit specifically for the people who offer the meal, and in general for all the sentient beings who have offered to us and help us stay alive. We’ve been going through the prayer, here’s the next installment of the verse. This verse says,

By the merit of this generosity, may the naga kings, gods having faith in the Dharma, leaders who support religious freedom, benefactors, and others living in the area live long, enjoy good health and prosperity, and attain lasting happiness.

“By the merit of this generosity,” this is referring to the generosity of the people who offered us food or whatever requisites. We’re dedicating, again, how their merit can ripen and how they can be benefited by all of this.

“May the naga kings….” (We’ll go through each one of these individually.) Nagas are a kind of sentient being. I think they’re in the animal realm. They’re very intelligent. They have a snake-like body. And they tend to live in water or near water or swamps or places like this. Not everybody can see them. They’re very tidy, very clean, and you want to have a good relationship with them. When we have Nagarjuna, he’s so called because he went to the land of the nagas to redeem the perfection of wisdom sutras, so the story goes. There may be nagas on the property or nearby.

I’m not somebody who always believes in these kinds of things, but, I remember one time I was doing a retreat at one retreat center and the bathroom was quite far away from where my cabin was. So I thought, “Oh, here’s a tree (it was the middle of the night) I’ll just pee there.” I peed there and the next day I had some swollen gland, something was really swollen. And this is what they say happens if you dirty a place where there are nagas and you displease the nagas. And I went, oh, hmm, interesting. Because there was no reason for me to get that. So I kind of mentally apologized to the naga, I did the mantra of the buddha who’s the king with power over the nagas and apologized to them, and the lump went away. Go figure. But it taught me a lesson not to just pee anywhere because it’s convenient because it may be someplace where the nagas are living.

“Gods having faith in the Dharma.” These are other living beings who live in the celestial realms. Particularly here, the desire realm gods. It can also include the form realm gods because they can hear the teachings of the Buddha. But the desire realm gods who often live around the property and so on, they like to often listen to the teachings of the Buddha. There’s one prayer that you do when you’re about to give teachings in which you invite all the gods to come and listen.

My Theravada friends say…. Because you notice sometimes when you take photographs, especially around here, you have these little white dots. They say that those are different gods who have come to the teachings or come to the area. Again, I’m not a big one on believing these kinds of things but if you’ve worked in our forest for any period of time, or walked through our forest, there’s some very special energy in our forest. It’s not just any forest. I think that’s because there are these gods–other living beings–who are sharing the space with us. When we moved here we told them what we were doing, asked them “please live peacefully.” Before we broke ground for this building (Chenrezig Hall) do you remember? We did offerings to some of the spirits who live on the place, to some of the different gods and different beings. They say that’s something good to do, rather than thinking we’re human beings we rule it all and everybody else just has to go along. You kind of take care of any other living beings, whether they’re animals or whether we can see them or not.

You’ve probably noticed when you watch our kitties, they see things that we don’t see. I’m quite curious about what they see sometimes. But all of a sudden they’ll go like this [look up quickly] as if tracking somebody who’s moving through space. Who knows?

“The leaders who support religious freedom.” That part isn’t an exact translation of the prayer. In the prayer it’s said “the king.” But we don’t have kings. So when I thought to update it, and I thought “government officials.” But I thought especially government officials who support religious freedom, because that’s something incredibly important for us living in a multi-cultural society is that we have freedom of religion to do our practices and so on, that don’t disturb anybody else, but without government surveillance or government comment. So I thought it’s really important to dedicate for the welfare of all those people who believe in religious freedom and religious diversity. Because there are so many countries in the world where you’re not allowed to have diverse religions. It’s illegal. Or where you’re persecuted for your religion. So I think rather than just say “the king” we say “leaders who support religious freedom.”

“Benefactors.” That means all the people who help the Abbey with whatever. We have people who give to us monetarily, people who come and work at the Abbey. We really need the volunteers who come and work because as you see we have nearly 300 acres of land and a few buildings to take care of. And then even people who, they’ve never even visited the Abbey but they make prayers for us, they make donations, they really support what we’re doing and they’re happy in their hearts when they hear about what we’re doing. So we dedicate for all those people.

“Others living in the area.” For our neighbors. This one is very interesting because we live in a very conservative part of the country. We’re 45 minutes away from where that Aryan Nation used to be. And yet we participate in our community. We’re on the board of the Youth Emergency Services for Pend Oreille County. When they did a walk against child abuse we went in and we participated in the walk. We try and join in things where we can join in. And we’ve had a really wonderful relationship with people in our community even though we may have very different political ideas. But on a human level, when it comes to kindness and consideration and so on we’ve had a very good relationship with these people, and so I think it’s suitable, and proper, and respectful that we also dedicate for their welfare. Because again we share the area with them, it’s not like we can say “this is ours.” No. We share the town, we share the air, we share everything with them, and so to dedicate for their benefit.

I don’t have in my mind a specific border. “I’ll only dedicate for you up to here, but not past.” But you just think the broad area.

“Others living in the area, may they have good health.” That’s something everybody wants. May they be free of illnesses and injuries. “May they live long.” Long lives, again. Implicit with wishing somebody to have a long life is to have a long life where you can create virtue. Having a long life if you don’t create virtue isn’t really worth very much. So when we wish people long lives, in our mind we’re also thinking a long life to create virtue.

“Good health. Prosperity.” Especially material prosperity is important to people who we share the land with and share the country with. May they be materially prosperous. May they have mental satisfaction. Because nobody ever has as much material wealth as they would like. But may they have mental satisfaction, may they feel content with their lives and good about their lives.

And “may they attain lasting happiness.” That’s the happiness of full awakening. Implicit in this is may we benefit them, in return for their kindness, may we benefit them as much as we can in this life. And then in future lives, by the power of our practice that we’ve done in this life, which we’re able to do because of their kindness and their support, may we in future lives meet them and be able to also lead them on the path and teach them the Dharma. It’s creating a karmic link with these people, whether we’re bodhisattvas or not, to be able to create this link so that as we progress through the paths and stages we’re able to benefit more and more people, and we have this karmic connection with them and they’ll come. Because if we don’t dedicate for the benefit of people we may gain a lot of different realizations but nobody’s interested in hearing teachings from us, because we never, from our side, made a karmic connection with them. That’s why they say that even bodhisattvas, if you harm a bodhisattva they still dedicate for you and they dedicate to be able to teach you the Dharma and benefit you in future lives.

Due to this virtue, may all beings complete the collections of merit and wisdom. May they attain the two Buddha bodies resulting from merit and wisdom.

This is a verse from Nagarjuna’s Precious Garland, one of his dedication verses. It’s a very, very famous verse. You hear it a lot when we dedicate the merit. What it’s talking about is there are parallels between the basis, the path, and the result. There are parallels on the method aspect and parallels on the wisdom aspect. If you’re making a chart, and on the chart on the basis you have the two truths (conventional truth and ultimate truth). Then the path: under conventional truth you have the method aspect of the path (which is renunciation and bodhicitta), under the wisdom aspect you have the wisdom realizing emptiness. Those two practices create merit and create wisdom. Then the principal results (not the sole results but the principal results) of these: from practicing method (all the virtuous deeds based on renunciation and bodhicitta) then we attain the form body of the Buddha. That could be either the emanation body (which is the form the Buddha appears in to communicate with us very gross beings), or the enjoyment body (the form a buddha appears in in the pure lands for the high level bodhisattvas). Then from the ultimate truth, practicing to gain the wisdom realizing emptiness, collecting wisdom, then that leads to obtaining the truth body of a buddha. The truth bodies, again there are two. One is the wisdom truth body (which is the omniscient mind of the Buddha) and the other is the nature truth body (which is the emptiness and true cessations of a buddha’s mind).

He’s drawing all these parallels here. If you explain this verse in full you could include the whole path here. This is just a little synopsis.

“Due to this virtue,” from them making offerings, and whatever virtue we create by doing our practices that they support. “May all beings,” everybody completely. “Complete the collections of merit and wisdom” based on method and wisdom. And “May they attain the two buddha bodies” the form body and the truth body, that result from merit and wisdom respectively.

That completes the dedication verses that we do after lunch for the people. Next time we’ll continue on with another aspect about food and eating.

This article is available in Italian: Dedicare per il beneficio di tutti

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